Navigo ergo sum


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A volte abbiamo bisogno di dati numerici per renderci conto di fenomeni che già da parecchio tempo attraversano le nostre vite. Uno di essi – fondamentale per questo blog, che ne trae ispirazione per il proprio nome – è il connubio sempre più inscindibile tra uomo e internet. Al netto del digital divide, è possibile affermare con sufficiente sicurezza che l’essere umano non può più essere incluso nella società senza la conoscenza e l’utilizzo della rete internet da parte sua. Questo però ha degli effetti non trascurabili sul comportamento delle persone. Un argomento molto complesso, proviamo almeno a introdurlo.

Come è ben spiegato in questo articolo, si nota quanto la sfera online dell’individuo costituisca un’estensione della cosiddetta sfera offline. In certi casi ne rappresenta addirittura una sostituzione, ma per mera comodità: è molto più semplice accendere il computer e collegarsi a un forum di discussione politica che organizzare una riunione per discutere della campagna elettorale del candidato di turno, naturalmente. La distinzione tra sfera online e sfera offline è stabilita dallo svolgimento di azioni con internet (online) o senza internet (offline).

Dalla ricerca di Demos si evince che gli italiani, negli ultimi due anni, hanno incrementato il proprio utilizzo di internet, anche per la maggiore disponibilità di mezzi rispetto al passato (uno o più computer in ogni casa, presenza della linea telefonica in tutte le città, accessibilità di prezzo dei pacchetti adsl flat, diffusione degli smartphone e dei pacchetti internet mobile). Se ne deduce che l’uomo in quanto essere vivente riserva una parte importante della propria esistenza alla comunicazione via web. Questo però lo sapevamo già.

La maggiore disponibilità di mezzi rispetto al passato ha reso la comunicazione sul web una parte sempre più importante della vita umana.

Se il 58% degli italiani utilizza internet (ci riferiamo a quei 36 milioni considerati dalla ricerca), forse esso non è più un semplice svago o, più tecnicamente, un nuovo medium. È un medium di dominio pubblico al quale è semplice accedere e che non richiede particolari conoscenze per poterlo utilizzare, sempre più simile alla società offline. Ha una sola differenza: è facilissimo consultare tutte le informazioni che sono state rese pubbliche. Esempio: se il parroco di una chiesa in provincia di La Spezia affigge sulla bacheca della propria parrocchia un documento controverso sul femminicidio (non addentriamoci, qui, nel tema) io che vivo a Torino probabilmente non lo saprò mai, a meno che qualcuno di La Spezia o dintorni non me lo venga a dire o non attivi un passaparola.

Se il documento finisce su internet, invece, potrò potenzialmente leggerlo nel giro di poche ore dalla sua pubblicazione. Poniamo che questo avvenga per espressa volontà del parroco, potremmo forse accusare internet della violenza del linguaggio di quel documento? Sicuramente no, perché il medium ha la sola “colpa” di amplificare la possibile audience di un messaggio violento (stiamo ragionando per esempi), non ne può creare. In pratica, se qualcuno dice una scemenza, su internet ce ne accorgiamo prima del solito. È per questo che i nostri politici non si trovano a loro agio sul web, specialmente quello dei social network, che consente una facile interazione (@Berlusconi2013 ne sa qualcosa). Aumenta quindi la responsabilità di ciò che si dice in base alla propria audience potenziale. Fossimo su Twitter, con 10 follower potremmo teoricamente dire ciò che vogliamo, ma con 100.000 è bene fare attenzione a non contraddirsi, ça va sans dire.

Il progredire del web lo rende sempre più affine alla realtà che già conosciamo. Un antico vezzo dell’uomo: voler ricostruire con le proprie mani ciò che già esiste in Natura, eguagliando il potere del Creatore. Ci sarebbero molti spunti filosofici in questo ma li lasciamo da parte per concentrarci su altri aspetti.

Il web è sempre più affine alla realtà che conosciamo, l’uomo vuole, da sempre, ricostruire con le proprie mani ciò che già esiste in Natura.

Torniamo alla ricerca: +7% nell’utilizzo di internet in Italia tra il 2010 e il 2012. L’aumento coincide con il boom dei social network, in particolare quelli maggiormente partecipativi come Twitter, e anche con la riscoperta dei blog, forse proprio al traino dei social, come avevamo già detto. Sembra quindi evidente che le persone hanno parecchia voglia di esprimersi, dire la propria opinione e sapere cosa ne pensino gli altri. Questo è positivo perché stimola la partecipazione (chiedete a chi si occupa di eParticipation) ma porta con sé almeno due aspetti negativi, che definiamo tali perché non danno alcuno contributo costruttivo alle discussioni.

Il primo è il battutismo, che raggiunge l’apoteosi su Twitter e consiste nella ricerca ossessiva della buona battuta su un fatto di interesse pubblico, una frase sovente ironica e dissacrante in grado di ottenere diversi retweet. Ma essa porta con sé delle forzature, che se non correttamente utilizzate, o utilizzate troppo spesso, confondono i contenuti cercando approvazione. Il battutismo diventa così una forma di onanismo.

Il secondo è più “grave”, parliamo dell’insulto o minaccia che si sviluppa nella sicurezza di un monitor, il quale ripara l’utente da eventuali reazioni negative di altri utenti. È pura vigliaccheria, foraggiata dal fatto che su internet è possibile accedere e scambiare informazioni in maniera del tutto anonima, e nei casi più gravi può arrivare al cyberbullismo e al cyberstalking. L’utente si sente libero di attaccare chiunque, perché spegnendo il computer nessuno sarà più in grado di rispondergli. Chiaramente è un’illusione, poiché la Polizia postale sta lavorando molto in questo ambito e non è di troppo tempo fa la prima condanna per cyberstalking. Anche la Giurisprudenza si sta muovendo egregiamente, il Diritto inizia a occuparsi di internet non solo in senso restrittivo e censorio ma anche ai fini della tutela personale, riconoscendovi quindi un ruolo importante nella vita quotidiana di un cittadino. Purtroppo e per fortuna se ne sta occupando anche la Medicina, che interviene nel momento in cui l’attenzione di una persona si sbilancia eccessivamente sul mondo web (non elenco i disturbi riconosciuti). Ricordiamoci che il web è un’estensione della realtà, non è una nuova realtà, il nostro corpo non è fatto di bit.

Anche Giurisprudenza e Medicina iniziano a occuparsi del web, che guadagna quindi un ruolo fondamentale e riconosciuto all’interno della vita quotidiana dell’uomo.

Sul web, per chiudere il discorso, siamo tutti un po’ più spietati, cinici, spregiudicati, maleducati, scontrosi e via dicendo – non sempre, ma in diverse occasioni sì –, ci sentiamo sicuri della nostra incolumità: manca la fisicità dello scontro. Una piccola digressione per rendere meglio l’idea: l’invenzione della polvere da sparo e la sua applicazione in campo bellico. Il soldato che spara a un nemico a distanza e lo uccide non ha più la sensazione della morte, cosa che invece avveninva impugnando una spada, in questo modo egli ammazzerà con minor senso di colpa (e ora pensiamo a quei soldati che, in terreno di battaglia, fanno saltare in aria qualche malcapitato per testare il funzionamento di un cannone…).

Per concludere, ancora niente di nuovo, si tratta di caratteristiche umane che vengono replicate sul web e che qui possono esprimersi meglio che nella realtà offline. Dobbiamo precisare che Internet non si può né si deve più considerare “virtuale”, ma si tratta di una realtà online in quanto al proprio interno accadono fatti che producono effetti tangibili sulle persone (emozioni, azioni, problemi, ecc…). Il web sembra quindi essere un passaggio inevitabile nell’evoluzione dell’uomo, che pian piano soddisfa il bisogno atavico di fare tutto quello di cui si ha bisogno muovendosi il meno possibile: il cervello supera il fisico. Allo stato attuale delle cose, quindi, l’uomo non può esistere (in una società come la nostra, si badi bene) senza internet e, almeno per adesso, viceversa.

Copertina: dettotranoi.style.it

2 risposte a “Navigo ergo sum

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