Grazie al web, il giornalismo è ora ciò che fai, non ciò che sei


Il fatto che sia più difficile che mai qualificarsi come “giornalista” potrebbe generare confusione nel panorama mediatico, e creare problemi a giornalisti professionisti e organi di informazione, ma sul lungo periodo ne potremmo giovare.

pC_iconHRTraduzione dell’articolo pubblicato da Mathew Ingram su Paid Content

C’è stato un grande dibattito intorno alla questione su chi si qualifica come giornalista – un argomento messo a fuoco di recente dal public editor del New York Times, dopo il documento che che indicava un reporter come “attivista” piuttosto che come giornalista. La stessa critica è stata mossa nei confronti di Glenn Greenwald a proposito del suo report sull’ex staffista CIA Edward Snowden, con alcune persone che accusavano il redattore del Guardian di essere un sostenitore anziché un giornalista. Quindi chi può qualificarsi come giornalista? La domanda è mal posta.

Come nota il public editor del NYT Margaret Sullivan nel suo post, c’è stato uno sforzo da parte dei media tradizionali – incluso lo stesso New York Times – per identificare Greenwald come un ‘blogger’, e quindi un soggetto con minore credibilità (o protezione legale) rispetto a un giornalista. Il docente di giornalismo Jay Rosen ha parlato dello stesso argomento in un post recente, sostenendo che le critiche come quelle mosse da David Gregory hanno cercato di escludere Greenwald dalla ‘fratellanza giornalistica’.

Questo è peggio che fissarsi l’ombelico da parte dei media. Come ho cercato di sottolineare nella questione chi è un blogger e chi è un giornalista, ho tentato di determinare il modo in cui Greenwald e altri sono stati trattati dalle corti – a dal governo stesso – come se ci fosse un’indagine sulla fuga di notizie. È il motivo per cui le accuse come quella di Edward Jay Epstein sul Wall Street Journal, in un pezzo su come Greenwald potrebbe aver soccorso e supportato Snowden, sono così importanti (un articolo che punta a una discussione accesa tra il professor Jeff Jarvis, Michael Wolff e l’executive di News Corp. Raju Narisetti, che Jarvis ha raccolto in una collezione di Storify).

Sì, i giornalisti possono anche essere sostenitori

Per alcuni, l’idea che un giornalista possa essere un appassionato sostenitore di una causa è uno scandalo, sin da quando questa cosa va contro il principio dell’obiettività che noi associamo al giornalismo. Come ha spiegato Matt Taibbi in un recente articolo per il magazine Rolling Stone – e ha sostenuto anche Jarvis in un post sull’argomento – molto di quello che chiamiamo giornalismo è sostegno a qualcosa o qualcos’altro. Alcuni giornalisti sono molto palesi e trasparenti su ciò che stanno sostenendo per qualcun altro, un principio che spinge il teorico dei media David Weinberger a sostenere che “la trasparenza è la nuova obiettività”. Come dice Taibbi:

“Tutto il giornalismo è giornalismo di sostegno. Non importa come si presenti, ogni racconto di ogni reporter porta avanti il punto di vista di qualcuno. Il supporto può essere nascosto, come nella monotona narrazione di una notizia da parte dell’annunciatore di un grande network come CBS o BBC… oppure può essere aperto, come ha fatto orgogliosamente Greenwald”

Infatti, alcuni dei giornalisti più famosi dei nostri tempi sono stati appassionati sostenitori di qualcosa, anche se stavano solo raccontando la corruzione di un governo o la verità su un evento, oppure promuovendo qualcosa di importante. Persone come I.F. Stone, un uomo che in un certo senso rappresenta il prototipo del blogger politico prima dell’invenzione dei blog – quando ha pubblicato le sue scandalose rivelazioni nella propria newsletter anziché attraverso un canale tradizionale. Oppure Seymour Hersh, che ha mostrato il massacro di My Lai in Vietnam, oppure le due superstar del Watergate, Woodward e Bernstein.

Sullivan spiega che una definzione di “giornalista vero” potrebbe essere “uno che capisce a livello particolare, e non se ne vergogna, le controverse relazioni tra governo e stampa”. Ma come ha notato su Twitter l’ex collaboratore di O’Reilly Media e paladino dell’open-government Alexander Howard, e altri con lui, questa è una descrizione troppo riduttiva perché di concentra solo sul giornalista in opposizione a un governo – e così lascia fuori molti giornalisti che seguono storie di corruzione nelle aziende o illeciti in altri campi.

Il concetto più profondo, secondo Jarvis – e prima di lui Dan Gillmor, autore di “We The Media” e l’uomo che ha descritto in maniera originale le virtù delle “persone una volta conosciute come audience” – il termine giornalista non descrive più un gruppo preciso di operatori con competenze e strumenti specifici, un genere di ‘sacerdozio’ che seleziona pochi eletti. Infatti, il web e i social media hanno permesso a chiunque di diventare un giornalista anche per un breve periodo o per una situazione circoscritta. Ora possiamo osservare molti “atti casuali di giornalismo” diffusi tra cittadini ordinari.

Questo rende estremamente difficile definire chi sia un giornalista – e questo apre a effetti legali non solo per Greenwald ma per chiunque voglia pubblicare liberamente i propri pensieri. Alcuni legislatori statunitensi vogliono seguire il cattivo esempio degli altri paesi che lasciano decidere al governo chi possa qualificarsi come giornalista, una prospettiva che dovrebbe riempire i giornalisti di paura. E anche la lodevole iniziativa di uno “scudo legale” per i giornalisti diventa una questione fondamentale, finché ci sarà bisogno di definire chi sarà titolato ad avere protezione e chi no.

Un confine sfocato tra cittadini e giornalisti

Nei casi che coinvolgono i blogger, alcuni giudici hanno largamente deciso che né il governo né la corte sono nella posizione di poter giudicare chi possa essere protetto dal Primo Emendamento e in tal modo protetto dalla “libertà di stampa”. Con l’esplosione degli strumenti di networked communication di cui scriviamo spesso su GigaOM, tutti sono capaci di diventare giornalisti in qualsiasi momento – e teoricamente significa che tutti potrebbero beneficiare della protezione del Primo Emendamento. Come ha sancito la Corte di Appello USA nel 2011:

“I cambiamenti nella tecnologia e nella società hanno reso i confini tra privati cittadini e giornalisti eccessivamente difficili da demarcare [e] le notizie possono ora essere fornite da blogger attraverso i propri computer così come da reporter sui maggiori giornali. Questi sviluppi chiariscono perché la protezione della distribuzione di notizie da parte del Primo Emendamento non può trasformarsi in credenziali professionali o in uno status”

Ma non è ciò che gli autori della Costituzione volevano? Nel momento in cui il documento fu scritto, la “stampa” consisteva negli autori di pamphlet come I.F. Stone (ad esempio i blogger) più che nel New York Times. Questo rende difficile – se non impossibile – definire in conclusione chi sia un giornalista e chi non lo sia, ma alla fine penso che ci ritroveremo con una sfera mediatica molto più aperta (e sì, molto più caotica), che nel lungo periodo potrebbe rivelarsi un’ottima cosa.

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