Se il giornalismo lavora per approssimazione cosa resta delle notizie?


La professione giornalistica si svolge in tempi e dimensioni limitati. Il giornalista è spesso costretto a raccontare una storia complessa in un minuto e mezzo, oppure in trenta secondi, o magari in dieci o venti righe. Inevitabile dover tagliare qualcosa, anzi molto, e scegliere accuratamente che cosa lasciar fuori e cosa no. Hemingway diceva: «L’arte di scrivere risiede nel sapere che cosa lasciare fuori». L’apoteosi di questa operazione si raggiunge nei titoli e nelle sigle, dove a volte è necessario anche ridurre il tutto in sette, otto parole. La difficoltà dell’operazione è direttamente proporzionale alla sua delicatezza.

Gran parte di ciò che legge e vede il lettore/ascoltatore è influenzata da ciò che il giornalista comunica attraverso queste strettoie. La scelta degli elementi utilizzati in questi minuscoli spezzoni è fondamentale. Che cosa accade, però, se l’operazione è compiuta con leggerezza o interesse?

++ Governo: Renzi, non stia dietro a ricatti e minacce ++Non potendo accertarci del fatto che in certi casi esista una reale malafede, facciamo finta che si tratti sempre di leggerezza, e così se Matteo Renzi dice, durante un evento pubblico, che «a Berlusconi non conviene far cadere il Governo, perché se si andasse a votare li asfalteremmo» la sua frase diventa immediatamente «Renzi: asfaltiamo il Pdl», con tutto quel che ne consegue dal punto di vista politico e giornalistico. Tolta la politica che, si sa, ragiona per slogan, sarebbe opportuno che gli organi di informazione riportassero le cose alla giusta dimensione, perché il loro mestiere è quello. La differenza tra la frase reale e la frase supposta di Renzi è sostanziale: nel primo caso abbiamo una sua personale constatazione (siamo talmente avanti nei sondaggi che in caso di elezioni vinceremmo con un grande scarto), nel secondo caso abbiamo una dichiarazione di intenti che suona come una sfida. Che influenza molto di più le emozioni, diventando subito virale, più semplice da utilizzare per un titolo. Se i giornali avessero titolato «Renzi: alle elezioni vinceremmo noi» avrebbero avuto sicuramente un minore appeal, per quanto sarebbero risultati, invece, più fedeli alla realtà dei fatti.

costa-concordia-sera-recupero-300x225Facciamo un altro esempio. Lunedì sera, su Rai Tre, va in onda lo speciale Linea Notte, condotto da Maurizio Mannoni, che sceglie di aprire la puntata con le immagini della Costa Concordia durante le operazioni di raddrizzamento. Tutto normale, era di fatto la notizia del giorno, peccato che le immagini fossero accompagnate dalla canzone My Heart Will Go On di Céline Dion. Non era un improbabile tributo alla cantante canadese ma una citazione sgradevole, dato che quella musica fece da colonna sonora al film Titanic di James Cameron (1997). L’accostamento è immediato per un qualsiasi “uomo della strada”, ma da un organo di informazione si pretenderebbe più eleganza, e l’analogia con un’opera cinematografica (che pur racconta una gravissima tragedia) banalizza l’evento e lo rende nulla più che spettacolo. Si va nella direzione di un infotainment di bassa lega, all’interno del quale è possibile spettacolarizzare ogni cosa purché faccia audience. È solo un esempio, ma è sintomo della generale semplificazione e banalizzazione delle notizie trasmesse dai media. Una tragedia resta una tragedia, non è come un’opera cinematografica perché quest’ultima attiene alla sfera della finzione.

la-gabbia1-620x350Ultimo esempio, i talk show. Prendo in breve analisi La Gabbia di Gianluigi Paragone, il nuovo talk trasmesso da La7 al mercoledì sera. Aldo Grasso lo ha definito «il peggior talk show mai visto», probabilmente non è il peggiore, ma è solo qualcosa di già visto, a parte il dettaglio degli ospiti “in piedi” (comunque ininfluente ai fini dell’informazione). Paragone ci prova, ma realizza un programma con ospiti vecchi e inflazionati, avviando la puntata con una bella lite Travaglio-Santanchè (ma quante volte l’avremo già vista?). Lo spettatore non riesce nemmeno a capire di che cosa si parli, ma solo che la politica sventola una sentenza di condanna ai danni di Travaglio, il quale parla della condanna di Berlusconi. Non si capisce il motivo di entrambe, ma si mettono in piazza solo gli umori derivanti da queste decisioni. Siamo agli estremi della banalizzazione, dove prima di esaminare un fatto si parte dalla reazione che questo fatto provoca, in un percorso a ritroso che quasi mai giunge all’origine della questione, perso tra chiacchiere e urla, e che polarizza il pubblico (pro o contro Berlusconi, ad es.) ancor prima di raccontare come sono andate le cose. Operazione peraltro non compiuta. Non c’è uno scambio di idee tra due fazioni opposte ma solo botte e insulti, più o meno come succede allo stadio.

Il pubblico subisce un’ondata di emozioni e ha solo una vaga idea di quel che succede, costruita in base a opinioni di qualcun altro, non a reali informazioni. Tutto ciò è accettabile in una cena tra amici, davanti alla tv mentre si guarda un derby, al bar sotto casa oppure durante la pausa caffè con i colleghi, ma per subire opinioni e rimandi poco edificanti (Concordia-Titanic, o ancor peggio «Raddrizziamo la Concordia quindi raddrizziamo l’Italia») ci sono già queste occasioni. I giornali dovrebbero andare oltre senza assecondare il pubblico. L’informazione non è chiacchiera, né deve diventarlo per strappare qualche spettatore/lettore in più, altrimenti si va nel senso della banalizzazione, si raccontano i fatti per approssimazione e cercando a tutti costi l’aspetto emotivo anche laddove non c’è. Il pubblico va educato e fatto crescere – e si sa, questa cosa non è mai divertente, non trattato come fosse un bambino scemo, altrimenti l’informazione a che serve?

5 risposte a “Se il giornalismo lavora per approssimazione cosa resta delle notizie?

  1. Ma forse il pubblico preferisce essere assecondato e sentirsi dire e ripetere solo ciò che già pensa? In fondo mettere in discussione le proprie opinioni costa fatica, se poi uno di opinioni non ne ha, allora doppia fatica, meglio l’infotainment. L’informazione-prodotto vende meglio quando sfodera slogan da stadio? D’accordissimo comunque!

    • Ma poi, di per sé, l’infotainment non è una cosa cattiva, anzi. Può essere un modo più accattivante per raccontare le notizie, magari interessando quella fetta di spettatori che normalmente si annoierebbe. Qui spesso confondiamo l’infotainment con la fiction, e così guardiamo talk show e programmi di approfondimento che non sono altro che spettacolo. Il concetto nostrano di infotainment, forse, è completamente fuorviante. Però proprio i media dovrebbero intervenire per “insegnarci” che cosa è notizia e che cosa non lo è.

  2. Quando l’informazione si veste da spettacolo, sulla notizia si provano gli abiti. Mi diede fastidio il tema di Via col vento a Porta a Porta sulle immagini dll’ 11/9, così come trovai schifosa la scelta di far vedere a tutti il video amatoriale della fine di Gheddafi, solo per fare altri due esempi. Dal grande spettacolo cinematografico a quella presentazione della realtà “non mediata” presa da Internet, tutto rivestito in nome dello spettacolo dell’informazione.

    • Idem. Ci sono associazioni mentali immediate, ma non per questo giuste o eleganti. Spesso si va a finire nel cattivo gusto. Ma il problema è che ci ricordiamo del video di Gheddafi e non della rivolta, queste immagini restano più impresse. Però se il bambino vuole sempre le caramelle, spetta al genitore dire basta e insegnare che dopo un po’ non bisogna più mangiarne altrimenti fanno male.

  3. Pingback: Per una grammatica del giornalismo: cronaca nera | Homo Monitor·

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