Per un nuovo modello di business editoriale: tre elementi da considerare


La crisi economica che sta toccando tutti i livelli del giornalismo è dovuta anche al modello di business tradizionale che non è più adatto all’attuale mondo dell’informazione. Sicuramente sul “crollo” ha influito il web per l’utilizzo che, negli ultimi tre o quattro anni, se ne sta facendo.

La soluzione non è cercare di limitarlo – come qualche genio vorrebbe fare, e che tocca pure ascoltare in qualche assemblea – ma cercare di capirne il funzionamento. Il modello che si basa sulla carta sta per fallire perché prevede profitti attraverso due canali: vendite e pubblicità. Ma se le entrate pubblicitarie sono vincolate alle vendite, e le vendite sono in calo, anche la pubblicità cala. Quindi spetta all’editore ripianare in toto le perdite trasformando il giornale – di fatto – in una sua holding (con tutte le conseguenze del caso). Stesso discorso per molte edizioni web, che sostituiscono le vendite con le visite e ottengono lo stesso risultato. Non a caso alcune testate italiane all digital si avviano verso il fallimento.

Su Internet è possibile trovare qualunque tipo di contenuto senza spendere un centesimo ed è molto facile perdere lettori, ragion per cui, sovente, i giornali cercano di tutelare il proprio zoccolo duro di audience esasperando i toni e spingendo sui temi cardine del loro pubblico di riferimento.

Il discorso è complesso e meriterebbe un approfondimento a parte, ma si può riassumere con un esempio (psicologi e sociologi, chiedo venia): ci sarà sempre qualcuno che odierà gli immigrati e che quindi sarà disposto ad acquistare un giornale “anti-immigrati” in quanto, tra le sue pagine, troverà conferme del suo odio e si sentirà più sicuro di sé. Questo processo si applica a qualunque tipo di contenuto. I giornali che si “estremizzano” conservano un pubblico piccolo ma sicuro. Lo stesso vale per la famosa “colonna destra” delle home page di diverse testate che solitamente offre notizie “sceme” con video cosiddetti “virali”, che di giornalistico hanno poco ma che fruttano migliaia e migliaia di visualizzazioni, riuscendo addirittura a tenere in piedi le entrate pubblicitarie di un sito. Anche questa è una estremizzazione.

 

Thewrap.com

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Pagare le notizie? Meglio pagare per gli approfondimenti.
Si deve partire da un presupposto: quasi nessuno è disposto a pagare per essere informato. È complicato convincere un lettore a sborsare anche solo 80 centesimi per un articolo che può trovare gratis, in pochi secondi, cercando la notizia su Google. Ragion per cui gli articoli a pagamento (paywall) devono avere un certo livello di qualità e devono essere soprattutto originali, come spiega Gabriella Franzini di Eidos Media.

Detto questo, se un giornale è in crisi non può risollevarsi soltanto con i paywall. Oggi quasi tutti hanno uno smartphone e praticamente tutti usano i social network, per questo è necessario investire in quel settore e comprendere appieno che il percorso di lettura delle notizie si è invertito: se un tempo erano i lettori a cercare i giornali, oggi sono i giornali che devono andarsi a cercare i lettori. È brutto, ma è così. Come riassume perfettamente LSDI, è lo smartphone il dispositivo che veicola, oggi, la maggior parte del flusso di informazioni degli utenti (anche il tablet, in realtà). È lì che bisogna investire, anche se in Italia non sembra si sia ancora capito; nonostante i dati poco entusiasmanti, però, si registra l’ascesa di alcune testate all digital. Non si può ancora affermare che abbiano trovato un valido modello di business (nonostante l’alto traffico sugli smartphone ancora pochi utenti li utilizzano per leggere i giornali e spesso gran parte del traffico in aumento arriva dall’aggregazione di notizie) ma, se non altro, c’è qualcuno che inizia ad accorgersi delle potenzialità del mezzo.

Paolo_PaoloniGerarchia da scardinare.
Purtroppo l’organizzazione gerarchica della macchina giornalistica non consente ancora ai giornali di scrollarsi di dosso i vecchi schemi per sperimentare le potenzialità del web. Eppure basterebbe guardare all’estero dove, tanto per fare un esempio a caso, l’emittente spagnola ESPN ha capito che per avere successo sui social network è necessario produrre contenuti dedicati solo a quel mezzo, anziché limitarsi a ricondividere articoli pubblicati sul sito ufficiale. Questo non produce introiti nell’immediato ma veicola traffico sul portale dell’emittente e, alla lunga, amplia il pubblico. È vero, non solo in Italia, che tra i giornalisti serpeggia ancora una certa diffidenza nei confronti dei social network, ma è vero anche che il pubblico si è spostato in massa su quei canali – come dimostra l’esperienza dei Mondiali di calcio in Brasile – quindi, piaccia o meno, i social network vanno compresi e utilizzati.

Dunque, se l’informazione si muove velocemente verso social network e smartphone, il giornalismo non può continuare a contare sulle vendite delle edizioni cartacee e sulla gerarchia testata > articolo > lettore. Piuttosto si registra un’inversione. I lettori sono attori attivi (fino a un certo punto) nel sistema dell’informazione e gli articoli (le notizie) sono elementi autonomi che vengono rilasciati nel web e condivisi, indipendentemente dalla testata che li produce. Gli elementi da tenere in conto quindi sono tre: qualità e autonomia del singolo articolo (e della pagina web che lo ospita), fruibilità studiata appositamente per i dispositivi mobili, integrazione con i social network sia a livello tecnico che editoriale – da utilizzare per raccogliere notizie, per verificarle e per condividerle non necessariamente sotto forma di articolo tradizionale. Un nuovo modello di business potrebbe – anzi, dovrebbe – partire da questi presupposti, ridisegnando completamente il concetto di giornale e, di conseguenza, il suo aspetto.

Questo si può fare non senza “spargimenti di sangue”, e soprattutto non senza lottare contro il sistema tradizionale, con tutte le implicazioni del caso. Insomma, ci vogliono tanto coraggio, costanza e pazienza, ma la sfida non è affatto impossibile.

 

Immagine di copertina: © blogs.sfu.ca

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